lunedì 2 gennaio 2017

Confini soffusi - Sylvia, Leonard Michaels

Quanto labili sono i confini tra l'amore e il possesso? Quanto tra l'ambizione e la morbosità, il successo e il fallimento? Quando un sogno diventa un'ossessione? E' in questa indagine misteriosa che sono nati romanzi come Sylvia e Belli e dannati - nelle contraddizioni dell'esistenza, negli spazi soffocanti, quasi inesistenti, tra le cose. 

E' un atto di estrema audacia raccontarsi, togliersi la maschera e mostrare cosa c'è sotto l'apparenza limpida e bella delle cose. Ma è anche necessario, se si vuole purgare il proprio animo dalla colpa. 

Nasciamo immersi nel male, nel dolore, nel peccato; ci portiamo dietro le nostre mancanze e quelle degli altri fin dall'origine come fossimo marchiati, soggiogati.  E tentiamo per tutta la vita, disperatamente, di lavarci di dosso le sozzure che hanno infangato il nostro spirito - in uno strofinio senza sosta. 

Forse non c'è redenzione, sembra gridare il mondo. Ma Schopenhauer aveva individuato un modo per alleggerirsi della propria tristezza: fare arte.


E' probabilmente per questo che Leonard Michaels ha preso la coraggiosa decisione di vomitare fuori tutto il dolore - l'ossessione, la sofferenza - che ha imbrattato la sua vita nel periodo in cui era sposato con la sua compagna Sylvia Bloch. Lo ha chiamato come lei, il romanzo: Sylvia, quasi fosse un memoriale, una pietra posta come riconoscimento.  E questo è uno scritto fatto di confidenze, sussurri, a volte grida strozzate e disperate che lacerano fortemente il lettore. Tra finzione e realtà - qual è il confine tra di essi? - si delinea il racconto di un amore che ha fatto presto a trasformarsi in selvaggia passione - in un cercarsi affannoso, soffocante - in labirinto senza via d'uscita. Ed è quasi paradossale, assolutamente assurdo, notare quanto le cose che ci feriscono siano quelle di cui più non riusciamo a fare a meno. E' una dipendenza masochista, innaturale, eppure c'è. Diventa una necessità straziante, fisica, dolorosa: viversi di continuo, in tutte le ore del giorno e della notte, con una fame sempre più avida, sempre più rabbiosa. Leonard voleva salvarla, forse. Proteggerla dal mondo, da quell'oscura prigione che era la sua mente, da se stessa, dagli altri. Era questa la sua colpa: non avere fatto abbastanza, non starle regalando la felicità. Ma poteva davvero farlo? O era piuttosto il marchio di una colpa non sua, che scottava però come ferro rovente? 


In un climax crescente che culmina nel suicidio truce di Sylvia, Michaels ci racconta il rapido affondare dell'umanità, l'oscuro baratro in cui l'amore può trascinare. Le frasi taglienti, secche, crude, diventano quasi l'immagine concreta di un bisturi che, con precisione clinica, traccia il profilo di un morbo che non si cura con le medicine: la schizofrenia, l'ossessioneE' così che il loro amore diventa  distruzione, decadenza. E la fossa in cui è caduto sembra non avere mai fine. 

Ma probabilmente è proprio alla base l'errore: non possiamo aspettarci dall'amore che guarisca ferite troppo profonde. Siamo destinati, fin dal principio, a vivere ognuno incastonati nella propria solitudine. Non ci sono parole per spiegare il proprio dolore, non ci può essere conciliazione tra due anime diverse. 

La nostra è un'immensa e infinita emarginazione: dal mondo, dalla vita.

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