giovedì 16 giugno 2016

Un buon antidoto contro la solitudine (coll. Ania)

Io e Ania (qui il suo articolo) abbiamo pensato che parlare di quello che ci stava più a cuore, poteva essere una buona idea per una collaborazione. E allora, eccoci qui!
Tante volte mi è stato chiesto perché? La risposta non è mai arrivata.

Ci sono dei momenti nella vita di ognuno in cui sentiamo che non siamo fatti per quello che ci sta intorno. Momenti che hanno l’aspetto quasi di una rivelazione catastrofica, in cui il mondo inizia a starci stretto e vorremmo semplicemente prendere il volo – andare via, via da ciò che ci fa male e che non è adatto a noi. Può succedere a quattro, a venti, a quaranta anni: ma quando avviene, diventa un marchio. Un qualcosa da cui non puoi più scappare. E allora, che fare?

Arte è la risposta che si sono dati per anni. Musica, danza, arte visiva, cinema, letteratura. Sono tutti modi di evadere e, al contempo, calarsi perfettamente nella propria realtà in punta di piedi, senza farsi male.

Un libro è sempre stato un buon amico e una bella compagnia, quando avevo bisogno di sentirmi meno sola ma rifiutavo il contatto con la gente normale. Io che normale non lo sono mai stata, agli occhi degli altri, magari ero semplicemente strana, ridicola, diversa.

I libri, invece, ti accolgono senza chiederti chi sei o da dove vieni. È stato un po’ come un’anticipazione di quello che sarebbe stato l’incontro che un giorno mi ha cambiato la vita – Dio.

Un libro non cerca mai in te qualità particolari o l’approvazione della gente. La letteratura vuole solo essere ascoltata. E, paradossalmente, ascoltarti. Per poi scoprirti inaspettatamente, in quelle pagine, in quelle parole di carta. Hey, ci sono io, mica sapevo di essere così.
Un’antidoto contro la solitudine, così la chiamava David F.Wallace, ed effettivamente è così: è un piccolo modo di guarire da sé le proprie ferite, scappare via quando tutto è troppo pesante, scoprire nuovi mondi e – finalmente – sognare. 

Se c’è una cosa che la letteratura fin da piccola mi ha insegnato è che sognare è la cosa più bella che ci abbiano donato. Tutti cercheranno di toglierci questa capacità, negli anni – perché chi sogna fa invidia al mondo – ma il nostro compito è preservarla, tenerla stretta stretta tra i pugni nonostante tutto e tutti.


È solo così che si può sopravvivere in un mondo in cui i sentimenti sono stati repressi a favore di un’apparente e inconsistente felicità, solo così si può trovare una piccola via di scampo alla distruzione.

Perché leggere, alla fine, non è scappare dalla propria vita. Leggere è scoprire tante vite diverse per imparare a vivere la propria.


E allora, ritornando alla domanda iniziale, perché leggo? Perché è l’unica cosa che mi resta, l’unica cosa che nessuno potrà mai togliermi, quando tutto cade intorno a me. 

sabato 21 maggio 2016

Leggiadra Stella

Mio dolcissimo amore, ho paura di vederti; sono forte, ma non abbastanza da vederti. Ti stringeranno di nuovo le mie braccia? E, se così sarà, dovrò di nuovo lasciarti? Lasciami la certezza che sei mia, anima e cuore – e morirò con più gioia che non vivrei altrimenti.



Quando Jhon Keats conobbe la sua Fanny Browne, non sapeva ancora nulla della malattia. Suo fratello si stava lentamente spegnendo per la tubercolosi e il cuore del poeta non riusciva a distrarsi dal proprio dolore. Uno dei suoi ultimi lavori, Endimione, non aveva avuto un buon successo e la sua carriera da letterato sembrava essere destinata a fallire dopo pochi anni. È qui che, come un bagliore nelle tenebre più fitte, arrivò lei: Bright Star, Leggiadra Fanciulla. Keats non sapeva nulla dell’amore, né delle donne. Non riusciva a venire a capo di quello che per lui costituiva un vero e proprio mistero, né stava cercando la compagna della sua vita, nonostante fosse probabilmente e, inconsciamente, in una paziente attesa. E così, come tutte le cose belle - quelle che arrivano inaspettatamente - arrivò anche Fanny, a portare dolcezza in un mondo tetro e angoscioso. L’amore di Keats e Fanny Browne è indubbiamente uno dei più potenti e dolci di tutta la storia della letteratura. È un amore che si alimenta della propria giovinezza e ingenuità, senza pretendere niente. E forse è proprio questo suo essere così acerbo e immaturo, come un fiore non ancora del tutto sbocciato, che colpisce come una tragica una fiaba d’altri tempi. In Fanny vi era tutto: Keats la amava come un poeta ama la sua musa, ma anche come un figlio la propria madre – la stessa che lui aveva perduto da piccolo - o un fratello la propria sorella. Quella creatura era tutto quello che desiderava e che mai aveva avuto: il premio per tanto dolore, la vita dopo tanta morte. Lei, come un piccolo angelo, leggero e delicato, era l’unica fonte di guarigione, un piccolissimo attimo di tregua dopo mesi di sofferenza, un soffio languido su una ferita aperta. “Chiedi a te stessa, amore mio, se non sei crudele per avermi irretito così, per aver distrutto così la mia libertà. Confessalo nella lettera che devi scrivermi immediatamente e dì tutto ciò che puoi per consolarmi – falla ricca come un filtro di papaveri per inebriarmi – scrivi le parole più tenere e baciale, che io possa almeno posare le mie labbra dove furono le tue. Quanto a me, io non so come esprimere la mia adorazione per tanta bellezza: voglio una parola più luminosa di luminosa , più bella di bella. Vorrei che fossimo farfalle e che vivessimo tre soli giorni d’estate – tre giorni così, con te, sarebbero più colmi di delizie di quante ne potrebbero contenere cinquanta anni di vita ordinaria.” In queste parole vi è l’adorazione estatica che solo un appassionato potrebbe provare di fronte ad una grande e magistrale opera d’arte. Fu una passione dolce, tenera, devota; un prendersi cura delicatamente l’uno dell’altro; la voglia di scoprire il proprio amore e insieme scoprirsi, in un intreccio di anime. Se non fosse che, ad un certo punto, arrivò la malattia. Come una condanna, anche Keats divenne schiavo della tubercolosi. Fanny, in tutto questo, rimase come un’ancora a cui aggrapparsi con i denti e con le unghie. “Mi sforzo di non pensare a te – ma dopo che ci sono riuscito per tutta una giornata sino a mezzanotte, appena la mia artificiale eccitazione si esaurisce, tu torni più crudelmente dalla febbre nella quale rimango. […] Tu mi assorbi mio malgrado - tu sola […]Le tue lettere mi danno vita. Non so dirti, dolce fanciulla, il mio amore.” Keats non aveva il denaro per sposare la dolce Fanny, tant’è che il loro amore si consumerà nell’ombra e nel segreto. Quando la malattia non era ancora così potente da spezzarlo, i due poterono ancora incontrarsi, attraverso un vetro, e contemplarsi. Ma poi, Keats si aggravò. I medici lo trasportarono in Italia, dove la sua creatura non potè raggiungerlo. Furono mesi di intenso dolore per entrambi. La disperazione li logorò lentamente, fino a portare dopo qualche tempo Keats alla morte. Quando Fanny ricevette la notizia, si dice che venne presa da un lancinante dolore al petto che le impediva di respirare. “Non sarà vita, senza amore” – direbbe Van Gogh. Nonostante ciò, le acque dell’oblio non hanno potuto imprigionare il loro amore. Fanny rimase nell’ombra per anni, ma dopo la sua morte i figli pubblicarono le lettere che John le aveva spedito. È così che arriva a noi, questa potente e struggente testimonianza d’amore, il suggello di una relazione che prima che carnale fu intima e nascosta. Un amore che è rimasto nella storia per essere stato sublime ed etereo. Nelle pieghe di questa storia, forse, si concentra la vera essenza di quel sentimento che reputiamo spesso irraggiungibile e lontano. Lo stesso che condizionerà – e condiziona - generazioni e generazioni di uomini. I quali, essendo mortali, non potranno fare altro che rimanerne sempre più stupiti e affascinati, proprio come di fronte a qualcosa di divino.

La malattia è un lungo sentiero, ma alla sua fine vedo te, e affretterò il mio passo quanto più possibile. Ti giuro sulla mia anima, ti ho amata fino all’estremo. Non sarò mai capace di dirti del tutto addio. Vorrei essere tra le tue braccia colmo di fiducia.

Il tuo per sempre,
John Keats

venerdì 20 maggio 2016

Un amore mai confessato - Il posto, Annie Ernaux

E' una domenica mattina quando il padre di Annie Ernaux emette un ultimo gemito straziante prima di lasciare questa terra. Il mondo, intorno, sembra continuare come sempre. Il negozio va avanti, le persone vivono nel loro ritmo frenetico e incalzante. Ma Annie si ferma. Prende un respiro e una penna. E scrive. Scrive perché deve mettere in ordine le cose e sentire - per sentirsi - quello che c'è in quel cuore che così freddamente sembra aver reagito alla scomparsa del papà. Scrive perché è l'unica forma di catarsi possibile, l'unico mezzo per andare a fondo in quel pozzo di sentimenti nascosti. Perché forse solo così potrà riscattare una vita in cui tutto sembrava distante e lontano e inaccessibile. Ci racconta quest'uomo, A.D., che più che padre si dimostra in queste pagine un essere umano in tutto e per tutto: ha vissuto, ha lavorato, si è sposato e ha cercato di sopravvivere a quella vita che ti mette di giorno in giorno i bastoni tra le ruote, senza trascinarsi. E poi, ad un tratto, semplicemente - come tutte le cose - è andato via. 
Ma dietro all'apparente insignificanza di una vita come questa, vi è molto di più: la terribile scoperta di qualcosa che ti è stato strappato o è volato prima che tu potessi afferrarlo pienamente, il rincorrersi nei giorni di due anime che per quanto legate erano distanti, la storia di un padre e una figlia - di tutti i padri e di tutte le figlie. Sì, perché la storia di Annie riguarda tutti noi - noi che per anni ci siamo chieste cosa ci possa essere dietro l'apparente maschera che ogni giorno i nostri genitori indossano e che a tratti sembra calare, noi che viviamo forse con degli sconosciuti e abbiamo paura che il tempo scada prima di poterli vedere per come sono - e serve quasi da monito: un grido strozzato e disperato. Vivete chi avete intorno. Nei ricordi, nella memoria di chi ha perso il proprio padre, c'è l'universale e tragico dolore di un'umanità intera che cerca miseramente di tenersi con le unghie e con i denti aggrappati a qualcosa che forse in fondo è solo un'illusione. Questo asciutto e febbrile diario di una morte e di quello che accadde prima non è altro che un tentativo - sicuramente non vano - di ottenere qualcosa da quel passato che non si vuole lasciare andare. Un modo per strappargli quello che sappiamo appartenerci, forse, o semplicemente di redimersi e acquietare le proprie tempeste interiori. Il risultato è stupefacente quanto doloroso: un'opera che in raffinatezza, semplicità ed eleganza narra l'amore mai confessato di chi da sempre continua a guardarti dietro ad un vetro. 

venerdì 6 maggio 2016

La carne, Cristò

Ci sono libri che sono pugni nello stomaco. Libri che ti mozzano il fiato dalla prima all'ultima pagina e che devi prendere a pillole per riuscire ad andare avanti. Sono quei libri che incidono profondamente la tua vita di lettrice e persona segnando un solco tra il 'prima' e il 'dopo': La Carne è uno di questi. Nonostante abbia tutta l'aria di una distopia, il testo di Cristò è più attuale che mai. Si parla di un mondo in cui i vecchi sono confusi e instabili, in cui è bastato un attimo per passare dalla normalità all'assurdo e dove tutto è immerso nella nebbia, in un grigiore soffocante e opprimente. C'è un segreto, un mistero, celato in queste pagine, ed è quello degli zombi: quella gente che ha smesso di vivere e - paradossalmente - non muore mai. Quei fantasmi che mangiano solo carne: non importa se sia cruda, cotta, umana o animale. Attendono il momento giusto per venirti addosso e strapparti quello che più che mai rappresenta la vita, lasciandoti con l'assenza di ciò che prima c'era e ora non c'è più e la consapevolezza che non sarai mai più lo stesso. Gli zombi si riuniscono tutti in un posto, ammassandosi, attendono pazienti e spietati il momento in cui potranno di nuovo mettere i denti sull'oggetto del loro desiderio. Hanno totalmente perso la loro condizione di umani, sono privi di sentimenti, spirito o anima che sia. Sono semplicemente cadaveri che si muovono in cerca di una preda a cui togliere quello di cui loro stessi sono privi. L'atmosfera è cupa, tesa, angusta, quasi apocalittica. E gli zombi sono dappertutto, ci attorniano, si nascondono vicino a noi. Potrebbero comparire da un momento all'altro e contagiarci con la loro fredda e dura indifferenza, con la loro fame insaziabile di vite altrui. C'è davvero un modo per mettere fine a quest'epidemia dilagante che ha tutta l'aria di un olocausto? Possiamo restituire al mondo quella umanità che tutti sembrano aver perduto? Con la violenza di un morso, La Carne ti arriva alle spalle e ti mette con le spalle al muro. Mostra, nella sua incredibile ingegnosità, il sottile confine che vi è tra ragione e follia, umanità e bestialità. Una linea così labile e inconsistente che potrebbe essere superata in un soffio facendoci sprofondare nel baratro della vergogna. Consigliato a chi non ha paura di guardare la realtà con occhi nuovi.

domenica 1 maggio 2016

La morte di Virginia


sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai, lo so. Vedi, non riesco neanche a scrivere come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.
(Virginia Woolf)

La morte di Virginia, pubblicato da Lindau Edizioni, fa parte della serie di libri autobiografici che Leonard Woolf scrisse prima di lasciarci. A parlare non è l'autore di successo o il marito di una delle più grandi e meritevoli scrittrici della letteratura del novecento mondiale, bensì un uomo desolato e disperato che, alla fine della sua vita, decide di ripercorrerla cercando di vedere che cos’è rimasto. E cosa è rimasto, di quell’esistenza senza Virginia? Che cosa c’era, prima della sua scomparsa? Il panorama è agghiacciante: si scorge solo tanta crudeltà, tanto dolore, tanta morte. La guerra imperversava e non guardava in faccia nessuno. I soldati sparavano sugli uomini quasi fossero dei bersagli inutili e insignificanti in un gioco da fiera. Il popolo soffriva, atterrito, alzandosi di giorno in giorno con la consapevolezza che poteva essere il momento in cui avrebbero abbandonato questa terra. Tutta l’umanità sembrava quasi in preparazione a quel momento tragico e drammatico che avrebbe segnato il suicidio di Virginia Woolf. Una morte che non riguarda solo Leonard, ma l'umanità intera, perché si inserisce in un preciso momento storico e sociale che coinvolge tutti: la guerra, con i suoi feriti, i  suoi soldati, con la paura di perdere la vita e i suicidi per scappare dalle mani dei tedeschi. E, più di ogni altra cosa, con la cattiveria umana. La stessa che spinge a comportarsi come bestie e abita negli uomini privi della humanitas latina: uomini spietati, insensibili, volti solo alla propria affermazione. Lo stesso modo di vivere che - dice Leonard - faceva parte del periodo antecedente al Rinascimento, in cui non esisteva un io dentro alle persone, niente che li rendesse unici o gli desse importanza. Erano - e siamo - solo pedine in mano a abili e malvagi giocatori. Giocatori che non giocano con dadi, ma con vite umane; che non badano a sentimenti, ma rimangono duri e freddi davanti al dolore.
Il libro si snoda per quello che, effettivamente, è: un’autobiografia. Ma si rivela essere molto di più: un trattato, a volte, o un diario. Un diario di quelli intimi, che nascondi sotto il cuscino dopo averlo chiuso a chiave e conservi come un prezioso tesoro. Il diario che racconta l’anima apparentemente dura ma profondamente fragile di un uomo che, nel momento in cui doveva salvare qualcosa, si è rivelato impotente. Impotente esattamente come lo è davanti alla crudeltà umana, rimanendo così a guardare le cose che si stavano dissolvendo senza poter cambiare nulla. Leonard, Virginia, voleva salvarla. Voleva disperatamente darle tutto quello di cui poteva avere bisogno. Ma non ce l'ha fatta. Forse proprio perché, per quanto possiamo cercare di aiutare gli altri o cambiare il mondo, c'è sempre qualcosa davanti al quale dobbiamo fermarci: il libero arbitrio, la consapevolezza delle proprie scelte. E' per questo che La morte di Virginia è un meraviglioso, intenso e sorprendente libro sul dolore, il male di vivere, l’essere privati della libertà e i ricordi. Consigliato a tutti quelli che si vogliono fare male. 

La bellezza sfuggente della creatura più misteriosa della letteratura

“I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi / quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi, / nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno ha perso il loro sole;/ i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s'illanguidiscono un poco, i tuoi occhi / gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo / del mio amore.”


(Nazim Hikmet, I tuoi occhi – Poesie d’amore)





Anni, anni, anni e anni di letteratura e lei rimane come una costante nel tempo. È la donna, quell’essere dalla bellezza fulgida ed eterea che ha affascinato gli uomini di ogni tempo fino a farne una musa: colei che ispira il canto e la poesia. Creata biblicamente dalla costola dell’uomo, diviene fin da subito ‘un aiuto’, ‘una compagnia’: l’unica che sappia soddisfare la sua solitudine e riempire le sue giornate. Senza, egli non sarebbe completo, Dio stesso deve riconoscerlo. Gli antichi Greci le attribuirono le doti migliori: basti pensare ad Afrodite, la bellezza; Atena, la saggezza; e infine Demetra, colei che – potremmo dire - dona la vita. Ha irretito con le sue grazie i più grandi e i più potenti, fino ad assoggettarli: Zeus stesso ne era completamente schiavo, non riusciva a farne a meno. Ma è stata anche spesso protagonista delle più grandi tragedie, vittima di abbandono e sofferenza, dimostrando la sua fragilità, quasi come se potesse spezzarsi da un momento all’altro. O ancora forte e astuta, vendicativa e spietata, come la Medea di Seneca, pronta a sacrificare tutto pur di vedere il dolore nel volto di chi le aveva straziato il cuore. In tutte le sue sfumature, come una medaglia a due facce, ha fatto parlare di sé. Lei, l’essere misterioso. Lei che sin dagli albori della creazione necessitava di essere esplorata, compresa fino in fondo. Gli stilnovisti, nella loro dolcezza e spiritualità, ne hanno dato una visione assolutamente affascinante: per loro era in tutto e per tutto un essere angelico, celestiale. L’unica che potesse avvicinarli a Dio. Dante dice ‘Che dentro a li occhi suoi ardeva un riso / Tal, ch'io pensai di toccar  miei lo fondo / De la mia gloria e del mio paradiso: quella creatura magnifica lo porta nei luoghi altissimi, quasi a ‘toccare il cielo con un dito’. Sono i suoi occhi, il suo sorriso, il suo dolce incedere, i particolari più ricorrenti nella poesia di questo tempo. Tutti elementi che non ci lasciano mai avere una visione d’insieme ma che presagiscono la bellezza sconvolgente di qualcosa di divino. È così sfuggente, la donna stilnovistica. Eppure, forse proprio per questo, così degna di ammirazione e rispetto. Petrarca, uno dei più grandi poeti di tutta la letteratura italiana, la descrive sempre con delicatezza, quasi come se la stesse carezzando con le parole. ‘Chiare fresche e dolci acque / ove le belle membra / pose colei che sola a me par donna  […] con sospir mi rimembra’, e ancora: ‘Non era l'andar suo cosa mortale / ma d'angelica forma, e le parole / sonavan altro che pur voce umana; / uno spirto celeste, un vivo sole..’. Meravigliosa, in tutto e per tutto, nonostante rimanga sempre come inafferrabile. Nessuno riuscirà mai a capire dove sta il segreto della sua magneticità. Sono forse i suoi occhi? O le sue labbra? O le sue parole, così pregne di significato e sensualità – come dimostra la maestria di Saffo? Se dovessimo vederla come gli stilnovisti, quella fatale attrazione che investe e investirà gli uomini di ogni tempo, è quel divino che Dio ha lasciato nel momento in cui l’ha tratta dall’uomo. Come se avesse voluto marcare il suo passaggio, segnalare ‘questa è cosa mia’. E come tutte le sue cose, nessuno potrà mai afferrarla in pieno. Sembra quasi assurdo pensare che, ad oggi, quella stessa figura viene bestialmente offesa e violata, sfigurata, dalle mani di chi – più di qualsiasi altro – avrebbe dovuto amarla con la ‘venerazione di una dea’. Ma come disse Shakespeare, nel lontano 1600, La donna uscì dalla costola dell'uomo, non dai piedi per essere calpestata, non dalla testa per essere superiore ma dal lato, per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta, accanto al cuore per essere amata”. Donne, siete speciali. Anche quando tutti vi diranno il contrario. Anche quando vi metteranno sotto i piedi. Siete state fatte per regnare sul cuore dell’uomo, non per diventarne sudditi.  

venerdì 29 aprile 2016

La solitudine e l’attesa di un amore lontano

Rimane fissa nei miei occhi l’immagine della tua partenza […] Osasti abbracciarmi e, piegato sul collo di me che ti amavo, unire strette in lunghi indugi le bocche, e confondere insieme alle tue le mie lacrime […] Torna, anche se tardi, da colei che ti ama, sì che la tua promessa sia stata solo rinviata nel tempo.
Ovidio, Heroides, (trad.  Lettere di Eroine)

A chi non è mai capitato di passare una notte in bianco, avvolto nelle coperte del proprio letto, pensando a quella persona lontana, quasi irraggiungibile, che tanto aveva scaldato il proprio cuore quando era vicina? O forse a chi, invece, ha deciso di abbandonarci per sempre, lasciandoci senza parole a fissare quel soffitto sempre bianco, sempre uguale, sempre tetro. Si dice che la letteratura nasca dal dolore. Che nessun uomo – o donna – possa fare arte senza aver mai provato prima una scura sensazione di angoscia dentro di sé. E se questo è vero, allora ecco perché leggendo un libro, di qualsiasi epoca, possiamo sentire sempre come se ci fosse un pezzo di noi nascosto in quelle pagine. Di noi ricerchiamo proprio quello che abbiamo perso, i frammenti della nostra esistenza, ciò che ci ha fatto soffrire, che ci manca e speriamo ritorni. Proprio come le eroine di Ovidio, che scrivono ai loro amati lontani in lacrime, battendosi il petto, struggendosi di un dolore senza fine che le logora giorno dopo giorno. Aspettano, instancabili, una risposta, un segno, un senso per quegli abbandoni improvvisi, ingiustificati. Non hanno speranze di rivederli, probabilmente, eppure si illudono che sia così, perché ‘siamo lenti nel credere a ciò cui ci dà dolore prestar fede’. Un’illusione, la loro, così simile alla nostra. Noi che crediamo ancora che chi si è lasciato andare non lo abbia fatto di sua volontà e che presto o tardi tornerà; che il passato si può ricostruire e rivivere sfruttandolo al meglio; che è colpa nostra se le cose sono andate così ma che forse si può rimediare. È questo il pensiero che affolla le menti di chi non riesce ad arrendersi, di chi vuole comunque trovare un appiglio anche quando non c’è. Di chi vive una realtà distorta in cui la gente non può voler andarsene e basta. Le eroine ripercorrono gli eventi, cercano dettagli, scrutano il cielo e gli indovini, gridano con rabbia e dolore sperando di essere sentite.. anche se questo non accadrà mai. Vivono nel completo abbandono, lasciate a loro stesse, vittime di uomini che non le amavano davvero ma che le avevano usate solo per i propri interessi. Ci colpiscono perché sono così vicine alle nostre storie da metterci i brividi. C’è qualcosa di te e me, in quelle donne che inseguono un futuro che si è disintegrato da tempo. E non c’è niente che possa cambiare le nostre sorti, nulla spezzerà il nostro destino, come loro anche noi: ‘colui che né mille animali feroci, né il nemico figlio di Stenelo, né Giunone riuscì a piegare, lo piega l’amore’. Non riusciamo a resistere alle sue promesse così idilliache, alle sue false speranze che ci sussurrano all’orecchio la previsione di qualcosa che non arriverà mai. È per questo che le Heroides sono così immense ed universali, perché parlano di noi in mille modi differenti, continuano a raccontarci di epoca in epoca mostrando che non siamo cambiati mai. Noi che, come Saffo: ‘non ti chiedo di amarmi, ma di lasciarti amare’; noi che saremmo stati disposti a qualsiasi cosa pur di raccogliere anche solo le briciole di quello che riserva l’amore. Come le migliori storie, anche questa non finisce bene. Forse perché non siamo in grado di concepire il guadagnare qualcosa senza sofferenza, la vita senza le prove, l’amore senza il dolore. Aspiriamo all’infinito, senza mai davvero poterlo raggiungere. Ma nonostante ciò, lanciamo le nostre grida nel vuoto, sperando che qualcuno ci ascolti. Noi, quelle donne, le stiamo ascoltando e piangendo ancora. È questo il grande potere della letteratura, probabilmente: far vivere qualcosa che era, invece, morto.



Vivi nel ricordo di me, e versa lacrime sulle mie ferite e non temere, tu che mi ami, il corpo di me che ti amo.